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giovedì 27 APRILE 2017
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Cenni storici

Personaggi

Beato Padre Domenico Maria D’Amico

"E s'incontrano anime operose, condottiere,
che si sacrificano per un sovrumano ideale,
che sanno imporsi la dura disciplina
di servire e di comunicare agli altri la loro fede.
E si incontrano anime luminose,
le quali appartengono alle più alte gerarchie spirituali…
iniziatrici dei nostri primi incerti passi,
messaggere di una certezza serena che è già nel loro stesso respiro,
dispensiera di fede, speranza e carità…
Chi ha conosciuto Padre Domenico
può gloriarsi di aver sfiorato una di queste anime
che sanno donare la pace interiore,
infondere coraggio, svegliare coscienze e rischiarare i destini.
E si incontrano infine anime che si donano.
Anime d’eccezione che palpitano in una sfera superiore
dove fluttuano le più belle aspirazioni dell’umanità.
Creature di cielo disposte dal Signore sui nostri poveri sentieri…
per la nostra generazione e per quelle future…
Eroi che s’immolano per il Cristianesimo,
Santi che si offrono a Dio, a Gesù Cristo."
(Benedetto Falcucci Vescovo di Dioclea)


Padre Domenico Maria D’Amico nacque a S. Eufemia a Maiella il 28 agosto 1864 nella c.da S. Giacomo, fin da bambino si divertiva a costruire altarini e chiesine con le pietre che raccoglieva. Il 2 febbraio 1890 fu ordinato Sacerdote.

Iniziò così il suo lungo pellegrinaggio che, in 53 anni di sacerdozio e servizio ininterrotti, lo vedranno missionario nella sua terra d’Abruzzo. Nel suo lungo cammino Padre Domenico ristrutturò e restaurò moltissimi Conventi e Chiese (da qui il soprannome di “Frate mattonaro”): il Convento di S. Patrignano di Collecorvino, la Chiesa parrocchiale di S. Giuliano Teatino, la Chiesetta della Madonna della Pietà nella zona di Penne, la riparazione del tetto della Chiesa di S. Eufemia. Li costruì ex novo: un Conventino a Teramo, la Chiesa di S. Domenico di Guardiagrele, la Chiesa di Piane d’Archi, di Perano, di S. Antonio a Villa Consalvo di Crecchio, la Chiesa di S. Lucia a Martese di Rocca S. Maria in Teramo, la Chiesa del Sacro Cuore di Teramo con il Conventino annesso e lo sterro del piazzale dalla Madonna delle Grazie di Teramo.

La sua ultima e più colossale opera fu la costruzione della Chiesa Di Stella Maris, chiesa in stile romanico lunga 45 mt. ed alta 23, costruita tra il 1931 ed il 1940, a Pescara Pineta e lì riposa dal 10 dicembre 1943 quanto tornò alla casa del Padre.

Le opere architettoniche certo restano, ma Egli è stato, soprattutto, un grande predicatore, padre spirituale confessore e consigliere, non solo del popolo, ma anche di vescovi e alti prelati, ministro provinciale e padre guardiano dei francescani d’Abruzzo, di formatore dei suoi “carucci” (così chiamava i giovani dei noviziati sotto la sua direzione) e cappellano di carceri.

Padre Pio da Pietrelcina diceva di Lui “…perché venite da me, mentre avete un Santo tra voi che merita sul serio rispetto e considerazione?...” Lui stesso diceva: “Che importa essere qui o altrove, purchè si faccia di volontà di Dio!”

Il brigante Colafella

Nel secolo scorso, numerose bande imperversarono nel Sud dell'Italia dando vita a quel fenomeno dalle implicazioni sociali e politiche classificato dagli storici sotto l'etichetta di "Brigantaggio meridionale". Anche se i metodi e le "imprese" non differivano da quelli della delinquenza comune, il brigantaggio si è sempre discostato per le cause da cui trae origine, cioè un profondo disagio socio-economico Angelo Camillo Colafella nacque il 25 luglio 1834 a S. Giacomo frazione di S. Eufemia, era piccolo, tutto pepe, furbo e soprattutto dotato di un fisico resistentissimo; forse…la vocazione del brigantaggio gli scorreva nel sangue. Prima scalpellino divenne un temuto brigante, capo di una banda di cui venne proclamato generale. A lui si deve lo scoccare di una prima scintilla della rivolta anti sabauda nella zona di Caramanico e S. Eufemia il 21 ottobre 1860, quando insieme ai suoi uomini saccheggiò e devastò Sant'Eufemia e i comuni limitrofi, uccidendo, per vendetta il capitano della Guardia Nazionale di Pacentro a seguito della loro irruzione nei locali dove si svolgevano le operazioni elettorali, che dovevano sanzionare l’unione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, rovesciando le urne e creando disordine e spavento da vero rivoluzionario.

Dopodiché si diede alla macchia. Di qui sostenne una lunga guerriglia con le forze dell’ordine finchè fu catturato, processato ed imprigionato, ma riuscì ad evadere e, travestito da pastore, tornò a S. Eufemia, nascondendosi fra bosco, case e campagne. Quindi si recò a Gaeta per riferire a Francesco II le sue prodezze ed il re lo incoraggiò a proseguire l’azione contro i Savoia regalandogli 60 ducati.
L'11 gennaio del 1861 invase San Valentino, liberando dal carcere locale una quarantina di detenuti. Fu nuovamente arrestato e condannato ai lavori forzati a vita, in seguito usufruì di un’amnistia e, dopo 28 anni, tornò a S. Eufemia e finì i suoi giorni in un’angusta cameretta a pianterreno, in quartiere Ricciardi del paese.

Quelle che abbiamo narrato ed altre furono le prodezze di Colafella che agì in nome della dinastia borbonica ed a favore soprattutto dei tanti contadini oppressi dagli oneri piemontesi. La durezza della repressione da parte della gendarmeria sabauda era rivolta non ad una classe sociale organizzata, ma ad una schiera di povera gente, vilipesa e sfruttata. L’opposizione ad “atti di brigantaggio” si concretizzò in fucilazioni indiscriminate che divennero la punizione ordinaria, il metodo del terrore. Ma esse non riuscirono a fiaccare i briganti, forti dei loro ideali di equità sociale ed economica.

La solitaria regina della Rocca Angiolina Del Papa


Parlare di Angiolina significa stare con le fate anzi con le streghe. Ispirò fiabe e apparve sulla stampa nazionale ed estera.

Fu ricevuta dal Papa, assunse il ruolo di fattucchiera in “Colomba”, un telefilm in costume interamente girato a Roccacaramanico alla fine degli anni settanta, partecipò al “Maurizio Costanzo Show” ed a “Pronto…Raffaella?”, in seguito trovandosi davanti a persone provenienti da più parti, arrivate alla “Rocca” per conoscerla avendola vista in televisione, cominciò a vantarsi di essere stata chiamata a Roma e che la Carrà, la Carrà, la Carrà…sempre la Carrà, la ben nota conduttrice fosse venuta a prenderla di persona.

Quando nei giorni di festa vedeva da lontano arrivare il Prete per la Messa, Angiolina la sagrestana si armava di sveglia e partiva verso la parte più alta del paese portandosi come un fulmine sul campanile dove magistralmente esercitava la sua arte e nella vallata si perdevano i rintocchi delle campane. La sveglia serviva a regolare i vari momenti di un concerto sublime. Provvedeva a tenere in piedi la Chiesa chiudendo qualche crepaccio e preservandola dagli sciacalli. Ogni volta che pioveva cambiava abito alle Madonne, “sempre più spoglie, sempre più deperite”.

Fu l’ultima abitante di Roccacaramanico, è stata il simbolo di una vita di sacrifici e di un passato che vedeva con diffidenza gli agi della vita cittadina e l’emigrazione.

Fra' Ludovico Di Nardo


Ludovico di Nardo nacque a S. Eufemia Maiella il 24/9/1858.
Il 2 febbraio 1887 entrò nel Convento di Portici dove cominciò il noviziato ed emise la Professione semplice. il 2 febbraio dell'anno seguente fu destinato al Convento di Ravello, ove rimase fino alla morte.

Dalla breve ma edificante "Memoria", inedito firmato a Ravello il 26 giugno 1960 da Padre Giuseppe Maria Palatucci prima Superiore del Convento di Ravello e poi Vescovo di Campagna, si evincono le doti e le virtù più esemplari, in senso religioso ed umano, di colui che ancor oggi è nel ricordo di molti.
Un grosso ritratto di Fra' Ludovico, dono del fotografo Savastano di Maiori (datato 24 agosto 1928), conservato nella sagrestia della Chiesa di S. Francesco in Ravello, è l'effige più eloquente del carattere composto e modesto del frate: due occhi sereni che esprimono la dolcezza del suo animo; il corpo coperto dal lungo saio rivela la buona e forte razza originaria abruzzese.

Umile confratello dell'Ordine francescano, semplice e sorridente questuante, spese la sua esistenza scendendo, per ben 55 anni, a piedi a Minori o ad Atrani, portandosi poi, coi mezzi d'allora, a Scafati o a Pompei, a Salerno o a Positano per raccogliere le offerte destinate, non solo, alle necessità della Comunità a cui apparteneva, ma soprattutto ai bisogni di tanti poveri mendicanti (storpi o infelici) che assisteva riversando quanto poteva del danaro avuto in elemosina lungo il suo peregrinare.

La sua popolarità, accompagnata anche da una certa venerazione (da lui schivata), aveva del singolare. La gente, già prima che lui iniziasse la "questua" lo chiamava, gli andava incontro per porgergli le offerte e per chiedergli preghiere e benedizioni. Dalle finestre, dai balconi le mamme protendevano i loro bimbi perché Fra’ Ludovico li sfiorasse con una carezza o rivolgesse loro un augurio agitando il cingolo che aveva stretto al saio. Mentre tintinnavano sul selciato le monete che cadevano ai suoi piedi da ogni dove, frotte di ragazzi lo attorniavano ed egli, allora, ponendo le mani nelle ampie saccocce della sua tonaca, cavava fuori gustosi carrubi da lui scherzosamente distribuiti come "cioccolata".
"Marì... Marì...” con questa affettuosa frase che usava, in nome della Madonna, avvicinava le persone invogliandole a mettere le mani nelle tasche e le offerte non mancavano mai.

La gente del luogo era convinta che Fra' Ludovico avesse delle "virtù" straordinarie, vi furono casi durante i quali si gridò al miracolo come la rottura della catena del timone sulla motonave "EBE" (che allora collegava Amalfi e i paesi limitrofi con Salerno) e il guasto al trolley delle tranvie sulla linea Vietri-Pagani. L'insolito e misterioso avvenimento capitava sempre quando qualcuno, scettico o incredulo, costringeva Frà Ludovico a lasciare il mezzo di trasporto o perché trovato sfornito di biglietto oppure perché non si gradiva che continuasse la "questua" sui mezzi pubblici.

Fra' Ludovico ha lasciato opere concrete nella Chiesa di Ravello dove esiste una lapide a lui dedicata, del 1934, da cui si evince che la balaustra dell'Altare maggiore e l'intero pavimento in marmo della navata furono il frutto del suo mendicare, a pro del decoro del sacro edificio e ad onore del Beato Bonaventura da Potenza, avanti alla cui Urna egli - appena all'alba - si prostrava prima di iniziare la lunga giornata di bene.
Quando il venti marzo del 1942 passò ad altra vita, tutto il popolo della Costiera Amalfitana lo pianse come se avesse perduto una persona amica, un "santo" come egli era stato sempre considerato durante i lunghissimi anni di permanenza in quei luoghi.