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giovedì 27 APRILE 2017
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Sant'Eufemia da vivere

Usi e costumi

Il matrimonio

Nella tradizione di S. Eufemia il matrimonio era per lo più combinato dalle famiglie, soprattutto in considerazione di ciò che entrambe avrebbero dato in dote ai figli.

I fidanzati di solito erano giovani, e, prima del matrimonio lo sposo, accompagnato dai genitori, si recava a casa della sposa, per “impegnarla” portandole in dono anello, catenina ed orecchini e ricevendo in cambio una camicia per se ed un presente per i propri genitori.

Ai ragazzi era proibito frequentarsi liberamente, ma solo in occasione di visite in casa, dove, seduti davanti al focolare e sempre sorvegliati non potevano che scambiarsi qualche fugace sguardo. Dopo lo stato civile, era costume portare a parenti ed amici, in una saluiett’ (un tovagliolo di fiandra rigorosamente bianco), molti confetti, cannellini e le pizzelle, che erano donate in proporzione ai componenti della famiglia a cui si portavano ed anche in rapporto allo status economico della famiglia degli sposi che le preparavano. La saluiett’ portata da una bambina veniva prontamente restituita colma di uova, se tornava alla famiglia dello sposo (le uova sarebbero servite per preparare altre pizzelle).

Invece alla sposa si regalavano conca, pentole, gh’ manir (un mestolone usato per mescere l’acqua della conca) e scaldaletto tutti in rame, e, qualche pezzo di biancheria. Una settimana prima del matrimonio lo sposo si recava a casa della sposa per prendere i cesti di vimini contenenti la dote consistente in: biancheria, coperte, quattro cuscini di lana, il catino e la brocca, una sacchetta di grano e una di granturco. Lo sposo e una “filarella” di amici, con le ceste in testa, portavano il tutto a casa dei suoceri, perché lì gli sposi avrebbero vissuto. La mamma della sposa chiudeva la fila con una scopa da regalare alla figlia.

Una volta divenuti marito e moglie, se si verificava qualche divergenza d’opinione, il marito recitava questa filastrocca:

“se uo-liu fa gna par a te…nn t’aiu-da ma-r-tè!!!”
(se volevi fare come ti pare…non ti dovevi sposare!!!).

Ancora oggi si usa regalare le pizzelle ed i confetti ma il vassoio, che ha sostituito la saluiett’, è stata arricchito da biscottini e bomboniera.

La nascita

La nascita di un bambino portava gioia ed allegria in casa, ed in casa nascevano i bambini. La puerpera era accudita dalla suocera e dalla madre, le quali cucinavano per lei un succulento brodo nella pgnet’ gh cocd (pignata di coccio) al focolare per farla ristabilire dalle sofferenze del parto. La mammina (l’ostetrica), che tutte le mattine si recava a visitare il neonato, consigliava sempre “n bedd rusc dh ou (uno zabaglione) alla neomamma che, a volte, lo rifiutava offrendolo alla mammina.

La comare, scelta dai genitori per tenere a battesimo il bimbetto, dava in regalo alla famiglia un grande cesto di vimini con n‘filar dh pan, ‘na iaddin, zuccher e cafè, pastin, cioccolat, ‘na bottidh d’uermùt e uentun ou (una pagnotta di pane, una gallina, zucchero e caffè, pastina, cioccolata, una bottiglia di vermut e 21 uova).

Dovevano essere proprio 21 non 20, infatti il numero pari era considerato di cattivo auspicio, perchè significava augurare, per la volta successiva, la nascita di gemelli. Usanza comune era fasciare il bambino affinché le sue gambette crescessero dritte.

Il battesimo

Il giorno del battesimo il padre del bambino, la mammina e la comare si recavano in chiesa per la funzione religiosa ed al ritorno a casa quest’ultima inseriva il regalo nelle fasce del bimbo, soldi o una catenina d’oro e diceva “a scit pagan rientr cristian” (è uscito pagano è rientrato cristiano).

Il rito funebre

Il rito funebre era in questa triste occasione che, tutti parenti e vicini accorrevano per fare la croce al morto, per vegliarlo, per pregare e tenere compagnia alla famiglia, fino al momento del funerale.
Era di rispetto non cucinare, quindi i parenti stretti portavano dh cunsdh (un pranzo di consolazione).

Il giorno del funerale, dopo la messa, tutti accompagnavano il defunto, le donne in doppia fila davanti, i parenti e gli uomini dietro la bara portata a spalla al cimitero. Quando moriva la moglie, il marito accompagnava la bara al cimitero; ma se era il marito a morire la moglie restava in casa a piangere davanti al focolare. Si diceva: “è medh je a ‘n mort ch’ cent’ mess sentì” (accompagnare un morto è come partecipare a cento messe).
Nei giorni seguenti, e, per almeno sette giorni prima della messa di riuscita (che veniva celebrata dopo una settimana) era usanza portare dh rcunsdh, un presente consistente in generi alimentari che servivano, secondo la credenza popolare, a rinfrescare l’anima del morto.

Il rito funebre, con qualche piccola differenza, ancor’oggi è così celebrato.

Il camino

Alla luce di quanto sopra, non è difficile immaginare quanto importante fosse il camino nelle case dei nostri antenati. Certo, il calore del camino non era sufficiente a scaldare la casa, ma intorno al fuoco si raccoglieva la famiglia! Durante la notte di Natale, non appena suonata l’Avemaria della Vigilia, era usanza mettere “il ciocco” al fuoco per riscaldare il Bambin Gesù, quando si andava a dormire si ricopriva il ciocco con la cenere, e al mattino, quando la famiglia si svegliava, toglieva la cenere ed il ciocco era ancora acceso (la cenere rimasta, veniva poi sparsa nei campi al fine di aumentare la fertilità della terra). Intorno al camino si giocava. Tutti con i piedi sullo scalino del focolare ripetevano una sorta di conta, ed ad ogni giro toccava ad un piede, alla fine restava solo il piede del vincitore.

La filastrocca così recitava: “Pit pitèll, calor s’i bell,
n’santa Marì, cascalò pit picciò,
menì, girà, fij d’Re tir ghe pit ca’ tocch a te”
Piede piedino, calore sei bello,
in S. Maria piede piccolino,
figlio di re tira il piede che tocca a te

PoPoi prima di andare a dormire si doveva “rabbellà” cioè si doveva coprire la brace con la cenere per il mattino seguente, quando il primo gesto era quello di ridare vigore alla fiamma vitale.